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	<title>vinicola del sannio  Essenze Sannite | vinicoladelsannio</title>
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	<description>Il Sannio e i suoi vini</description>
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		<title>Vino&amp;Mito</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Feb 2018 01:39:26 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Essenze Sannite]]></category>

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		<description><![CDATA[CIPRIGNO, IL VINO DEDICATO ALLA DEA VENERE. Il grande Luigi Veronelli era solito raccontare come «un vino non fosse solo...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>CIPRIGNO, IL VINO DEDICATO ALLA DEA VENERE.</h3>
<p style="text-align: justify;">Il grande Luigi Veronelli era solito raccontare come «un vino non fosse solo un vino». Come Veronelli, alla &#8216;Vinicola del Sannio&#8217; siamo fortemente convinti che ogni vino è testimone del luogo dove viene prodotto. Ogni vino è espressione di un territorio, ne racconta la storia, l’evoluzione, le trasformazioni. Non è solo un prodotto dell&#8217;agricoltura, un prodotto economico, ma è anche testimone di valori culturali e identitari, capace di evocare tradizioni, storie, miti.<br />
A Castelvenere è antico il legame linguistico tra vini, uomini e territorio. Il nome di questo piccolo paese &#8211; che deve la sua stessa esistenza alla vigna &#8211; diventò noto nello scenario vitivinicolo del Bel Paese nei primi decenni del Novecento. Nel periodo tra le due guerre mondiali i cantinieri castelveneresi propagandavano con orgoglio un vino bianco che chiamavano Ciprigno. Era il loro un fortissimo gesto di amore per la propria terra, al nome del paese rievocante la dea Venere.<br />
Secondo l&#8217;antico poeta greco Esiodo, Venere nacque dalla spuma prodotta in acqua dai genitali recisi di Urano, quando furono gettati nel mare. Quando la dea raggiunse la riva, dell’isola di Cipro, trovò ad accoglierla Eros (Cupido), mentre al suo passaggio dal suolo spuntavano fiori. È perciò anche chiamata Ciprigna, in  quanto l&#8217;isola del Mediterraneo si vanta di averla vista nascere.<br />
«A tipicizzare questo vino – si legge nel libro ‘Vigneto Castelvenere’ di Pasquale Carlo – era forse un particolare procedimento, caro ai vinificatori castelveneresi, che richiamava fortemente la tecnica del “governo alla toscana”, messa a punto dal barone Bettino Ricasoli (lo stesso che definì la “formula” del vino Chianti) nella seconda metà dell’Ottocento».<br />
Questa tecnica, in realtà ideata per i vini rossi e che oggi è stata ripresa da diverse cantine toscane, prevede una lenta rifermentazione del vino appena svinato con uve leggermente appassire. I produttori castelveneresi la attuavano, invece, per ottenere un vino bianco, che era generalmente composto con le uve malvasia, trebbiano, greco e agostinella (quest’ultima uva rappresenta un’unicità dello scenario ampelografico castelvenerese). In partenza si raccoglievano le uve per fare questo vino anticipando di qualche giorno la maturazione ottimale, per fare in modo che le stesse mantenessero un buon tasso di acidità (è da tenere presente che le fasi di maturazione non erano le stesse per le uve impiegate). Sui tralci venivano lasciati i grappoli più sani e belli, per farli giungere ad una maturazione ottimale Nelle annate segnate da buone condizioni meteo questi grappoli venivano lasciati appassire direttamente in vigna. La variante prevedeva che, dopo la raccolta, i grappoli venissero fatti appassire su graticci di vimini o appesi in ambienti ben areati. In qualche caso i viticoltori recidevano la parte inferiore dei grappoli, che venivano poi appesi capovolti, assicurando in questo modo la migliore areazione fra i chicchi. Dopo un periodo di circa un mese e mezzo queste uve venivano pigiate e il liquido ottenuto veniva aggiunto al vino precedentemente lavorato Si faceva così partire una seconda fermentazione, che si interrompeva quando la presenza di zuccheri variava da 2,5 grammi a 1 grammo per litro, a seconda del gusto dolce desiderato. A questo punto il vino andava messo in bottiglia. Al termine del processo si aveva un vino fruttato, di buona acidità e leggermente frizzante.<br />
Il nome scelto per identificare questo vino fu senza dubbio una scelta quanto mai indovinata, un legame stretto tra vino e territorio che servì anche a evitare copiature e imitazioni del singolare processo produttivo che dava origine a quel nettare dedicato al nome dell’amato paese.</p>
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		<title>Vino&amp;Cibo</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Feb 2018 18:44:47 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Essenze Sannite]]></category>

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		<description><![CDATA[SCARPELLA, LA &#8220;LASAGNA&#8221; DEL CARNEVALE VENNERESE. A Castelvenere, il paese dove sorge la &#8216;Vinicola del Sannio&#8217;, non è Carnevale senza...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>SCARPELLA, LA &#8220;LASAGNA&#8221; DEL CARNEVALE VENNERESE.</h3>
<p style="text-align: justify;">A Castelvenere, il paese dove sorge la &#8216;Vinicola del Sannio&#8217;, non è Carnevale senza Scarpella, piatto tipico recentemente riconosciuto tra i ventisei &#8216;Prodotti della gastronomia&#8217; della Campania inseriti nell&#8217;Elenco nazionale dei Prodotti agroalimentari tradizionali (Pat). Una preparazione gastronomica dalle origini antiche, a cui ogni famiglia ha apportato piccole varianti.<br />
Questo piatto gustosissimo unisce quattro ingredienti fondamentali: la pasta; il formaggio (primo sale di latte vaccino e pecorino stagionato da grattugia); la carne di maiale stagionata (salsiccia); l&#8217;uovo. Gli stessi elementi sono alla base del piatto italiano forse più conosciuto al mondo dopo la pizza: la Carbonara, piatto le cui origini sono fonti di discordia, anche se fortemente legato alla tavola romana. Tra le ipotesi più accreditate sulla sua genesi quella legata ai carbonari dell&#8217;Appennino, che avrebbero dato il nome a questa pasta preparata con ingredienti non deperibili. Anche la tradizione pastorale della transumanza si presta ad una ipotesi di genesi, basti pensare al “cacio e ovo” con cui si prepara l’agnello in una salsa che ricorda la fricassea medievale (usanza utilizzata anche nel Sannio).<br />
Formaggio, uova e salumi (gli ingredienti della Scarpella) componevano la piccola dispensa dei pastori durante la transumanza, custodita nei propri tascapane.<br />
C’è chi associa alla transumanza anche l’origine etimologica della Scarpella castelvenerese, collegando il suo nome al senso del viaggio, laddove scarpèlla potrebbe indicare il diminutivo di scarpa, dal germanico skarpa, che sta per tasca di pelle, sacca di pelle. Dallo stesso  termine germanico deriverebbe anche il provenzale escarcèlla, da cui scarsèlla, la borsa che, in alternativa al tascapane, costituiva con la bisaccia, la borraccia e il bordone il corredo caratteristico del pellegrino medievale.<br />
Più probabile, invece, la derivazione da un altro termine germanico, skalk, che significa servo. È questo il nome con cui i Longobardi indicavano il «servitore che, nei conviti signorili, aveva l’incarico di trinciare le carni e di servirle ai commensali». Da qui deriva anche il termine scalcare, con cui si indica l’operazione di «staccare le carni dall’osso, servendosi di solito di un apposito coltello a lama sottile e appuntito». Questo richiamo alla carne potrebbe aver originato il nome di un piatto che in paese viene preparato in occasione di una festa, quella del Carnevale, che fa espressamente riferimento allo stesso termine (Carnevale: “carnes levare”, indicando il banchetto che si teneva il Martedì Grasso, subito prima del periodo di digiuno e astinenza della Quaresima). Questa ipotesi è rafforzata anche dalla combinazione con la parola “pelle”, che indicherebbe «riempire, coprire di carne». Etimologicamente la parola pelle «deriva dal latino “pellem” analogo al greco “pella-pellis” (δέρμα). Alcuni studiosi la collegano con “pel-o” (mi stendo) mentre la maggioranza vedono un legame con “pelma” (suola) ed “epi-poles” (alla superfice). La parola italiana pelle deriva dalla parola latina pellis, superficie. La voce latina deriva a sua volta dalla radice greca πάλ o πελ (riempire, coprire)» (fonte: etimo.it).</p>
<p><strong><em>LA RICETTA</em></strong><br />
<em> Ingredienti: 500 gr. di pasta (&#8220;perciatelli&#8221; o &#8220;mezzi ziti&#8221;) &#8211; 250 gr. di salsiccia di maiale stagionata &#8211; 300 gr. di formaggio vaccino fresco (&#8220;primo sale&#8221;) &#8211; 150 gr. di formaggio pecorino stagionato grattugiato  &#8211; 70 gr. di olio extravergine di oliva &#8211; 8/10 uova &#8211; sugna e sale q. b.</em><br />
<em> Procedimento: Lessare la pasta in abbondante acqua, poco salata. Scolata la pasta ben  al dente si condisce con  l&#8217;olio extravergine di oliva, quindi si pone in una teglia unta di sugna e si aggiungono il formaggio &#8220;primo sale&#8221; e la salsiccia tagliati a dadini, il pecorino stagionato grattugiato. Alla fine si aggiungono le uova sbattute. La ricetta tradizionale prevede la cottura posizionando la teglia sui mattoni del camino e coprendola con il &#8220;testo&#8221;, un caratteristico coperchio su cui viene posizionata brace mista a cenere. Una cottura lenta che fa sì che la Scarpella acquisisca la caratteristica croccantezza. L&#8217;alternativa cottura al forno (180°) richiede circa quaranta minuti.</em></p>
<p style="text-align: justify;">La Scarpella di Castelvenere richiama alla mente il Timballo di scrippelle, piatto principe delle feste in diversi centri del teramano. Parliamo di sottili frittatine ottenute dall&#8217;impasto di uova, acqua e farina (una sorta di crepes)  che da tradizione venivano condite con sugo di carne (gallina o pollo o maiale) poi sfilacciata e aggiunta come farcitura al formaggio fresco di cagliata (&#8220;sprisciocco&#8221;) tagliato a cubetti e con una abbondante spolverata di formaggio pecorino grattugiato e infine un intingolo di latte e uova, per legare il tutto e conferire morbidezza alla preparazione. Anche in questo caso la cottura tradizionale avveniva sotto un coperchio (&#8220;coppo&#8221;) ricoperto di carboni.<br />
L&#8217;Abruzzo rappresentava sicuramente il nodo cruciale della transumanza. Dagli altopiani del Gran Sasso per secoli, fin dall&#8217;epoca romana, partiva la grande migrazione di milioni di capi di bestiame che, guidati da migliaia e migliaia di pastori, in autunno scendevano verso le coste dell&#8217;Adriatico, ma anche verso Terra di Lavoro e la campagna laziale, per farvi ritorno nella primavera successiva, fortemente attirati dalla grande ricchezza di essenze foraggere dei pascoli abruzzesi (ancora oggi ne sono censite circa trecento). Non semplice attività produttiva, ma usanza arcaica carica di cultura, storia, tradizione, folklore e di un sapere gastronomico che ancora oggi caratterizza fortemente la cucina delle regioni della dorsale appenninica centro-meridionale.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;abbinamento ideale della Scarpella di Castelvenere è con le etichette ‘<a href="http://www.vinicoladelsannio.it/vignole/barbera-beneventano-igp/" target="_blank">Beneventano Barbera Igp</a>’ della ‘Vinicola del Sannio’. Un vino prorompente di sentimenti, di gioia, di allegria, di compagnia, capace di trasmettere in un sorso l’essenza della festa.</p>
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		<title>vino&amp;storia</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Feb 2018 16:06:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[LE CAVALLETTE E LA NASCITA DELLA VITICOLTURA MODERNA NEL SANNIO. Era la primavera del 1878. La sera del 25 maggio,...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>LE CAVALLETTE E LA NASCITA DELLA VITICOLTURA MODERNA NEL SANNIO.</h3>
<p>Era la primavera del 1878. La sera del 25 maggio, tra i poveri contadini di Castelvenere, Guardia Sanframondi e Solopaca iniziò a serpeggiare la notizia che sulla collina Bosco Caldaia «<em>certi animaletti come a grilli salivano sugli alberi fruttiferi e ne mangiavano i frutti</em>». Questi animali furono riconosciuti per cavallette, che si erano moltiplicate tanto che dall&#8217;immenso bosco uscivano per devastare anche i fondi limitrofi, concentrando la loro furia sulle viti, gli olivi, i salici e i ciliegi.<br />
Non bastò la richiesta dell&#8217;aiuto divino, come non bastarono quattro giornate frenetiche in cui le donne dei diversi paesi, con l&#8217;aiuto delle lenzuola, cercarono di catturare nugoli e nugoli di cavallette. Fu necessario passare al taglio e all&#8217;incendio. Entrarono in azione circa duemila persone, a cui presto si aggiunse anche una Compagnia di soldati del Genio Guastatori inviata sul posto dal Ministero della Guerra.<br />
In pochi giorni la vasta area collinare modificò completamente il suo volto. L&#8217;immenso bosco, che con la fine della feudalità era diventato una grande risorsa utilizzata dai cittadini dei vari paesi per il taglio della legna e per il pascolo, lasciò lo spazio ad uno spettacolo distruttivo, desolante.<br />
Nel giro di un decennio, prima la distribuzione e la divisione delle terre, poi lo sviluppo della viticoltura, trasformarono nuovamente il volto di questi dolci pendii, che oggi rappresentano il &#8220;cuore&#8221; del &#8216;Vigneto Sannio&#8217;, area dove si produce circa il 40% delle uve prodotte in Campania.<br />
É su queste soleggiate colline che i circa mille conferitori de &#8216;La Vinicola del Sannio&#8217; allevano vitigni storici. Aglianico, piedirosso, sangiovese, sciascinoso e barbera tra i rossi; falanghina, greco, coda di volpe e fiano tra i bianchi. Da questo patrimonio di biodiversità, nel rispetto della genuinità ed esaltando la tipicità, offriamo ai consumatori vini di qualità, frutto delle caratteristiche bioclimatiche del territorio.</p>
<h6>La cronaca delle concitate giornate vissute nella tarda primavera del 1878 a causa dell’invasione delle cavallette è raccontata in un diario di un notaio solopachese, Giovanni Romanelli. Si tratta di un diario che percorre l’intero arco dell’Ottocento.</h6>
<p style="text-align: justify;"><em>Nel giorno 25 Maggio di detto anno (1878) verso la sera il sindaco di Solopaca Don Errico Cutillo seppe da un contadino di Solopaca chiamato Biagio Coppola, il quale tiene il fondo vicino al Bosco delle Caldaie, e propriamente nel luogo detto Bagnetelle, che uscivano dal bosco certi animaletti come a grilli cosiddetti, e salendo sugli alberi fruttiferi del suo fondo ne mangiavano la frutta e specialmente danneggiavano le viti, i salci, gli olivi, le ciliege. Allora si fu che il sindaco nel giorno 26 mandò il guardiabosco Domenico Cusani (1830-1890) di Giuseppe, detto per soprannome Sprecchia, a verificare se era vero e se ci erano questi insetti, ne avesse presi due o tre per farli osservare a chi li conosceva. Così fu che allora quando venne il guardiaboschi e portò questi animali furono riconosciuti per cavallette le quali si erano talmente moltiplicate nel nostro bosco che uscivano a devastare anche i fondi limitrofi. Si mandarono quindi al prefetto della nostra provincia di Benevento il quale diede ordine al guardia forestale di portar sopralluogo, il sottoprefetto di Cerreto Sannita un ingegnere del Genio ordinò che tutti i comuni limitrofi di tenimento al bosco fossero andati anche sopra luogo per vedere la realtà del fatto e che mezzi si potessero usare per distruggere dette cavallette o locuste. Così fu che il giorno 28 maggio andammo tutto Solopaca quasi ad assicurarci del fatto ed arrivati al bosco detto Bagnetelle del Comune di Solopaca vedemmo che ce n’era tale una quantità da non potersi descrivere per sopra i cerri le fratte basse, le siepi, per terra non si vedeva più altro che cavallette di mille specie di tutte grandezze di tutte qualità, ed osservate le campagne vicine trovammo le viti, l’uva, gli olivi, salci, canne, ciliegi, tutte rose e rovinate da questi animaletti di guisa che il comune di Solopaca fu obbigato di mandare ogni mattina donne con le lenzuola per andar raccogliendo questi insetti e in due o tre giorni se ne trucidarono 15 o 20 tomoli, ma il rimedio non giovava, quindi il sottoprefetto ordinò che si doveva bruciare il bosco, e così fu perché riunita tutta la popolazione di Solopaca, Guardia, Amorosi, San Salvatore e Castelvenere, uomini e donne incominciarono a tagliare a reciso alberi grandi e fratte basse e gittare a terra. Erano sicuro un duemila persone al lavoro, un paio di giorni si vide che il bosco di Castelvenere si era anche infettato di questi insetti, quello di Guardia si stava infettando così fu che il deputato Don Salvatore Gagliardi di San Salvatore telegrafò al Ministro della Guerra e il giorno 30 del mese di Maggio fece arrivare a Solopaca una compagnia di soldati del Genio Guastatori i quali andarono ad alloggiare alla taverna di Don Pietro Cusani, ed il giorno 31 di detto mese si portarono al bosco di Guardia e là, fatto fascio d’arme incominciarono a tagliare anche essi con scuri, rongilli, e coltellacci, ma intanto mentre tagliavano due soldati vicino ad un cerro di una mediocre spessezza un soldato ferì con la scure il compagno al piede. Lo portarono in mezzo allo stradone dei brizzi, là venne il capitano, tenente e soldati a vedere se la ferita era grave, e siccome si trovava sopra luogo come sindaco di Guardia Sanframondi Don Gaetano Fuschini, il quale era medico e chirurgo, così fu chiamato e veduta la ferita, lo assicurò che era cosa da nulla, gliela cucì con un ago qualunque, e fu posto a riposo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nel giorno 1 Giugno dalle nostre fenestre si vedevano fuochi sparsi attorno al bosco Bagnetelle i quali servivano tutti per bruciare centinaia di cavallette che le donne andavano raccogliendo nei fondi limitrofi al bosco e specialmente nei fondi del predetto Biagio Coppole, di Stanislao Campagna e di Francesco Salomone e Matteo Tommasiello, i quali fondi hanno sofferto maggiore danno da queste cavallette. I soldati sono andati anche stamattina al taglio del bosco insieme a circa 2000 e più persaone tra Solopaca, Guardia, San Salvatore, Amorosi e Castelvenere, e più di 500 donne a raccogliere e bruciare detti insetti e speriamo che per domani 2 Giugno si terminasse di tagliare tutti e tre i boschi di Solopaca. Guardia e Castelvenere e posdomani si attaccasse il fuoco.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Oggi 4 Giugno sono andati i nostri guardiaboschi, i soldati e circa 500 persone di Solopaca per accendere il fuoco, ed infatti da Solopaca si osservava verso le 8 e mezzo antimeridiane un grande incendio al bosco Bagnetelle ed a quello di Guardia Sanframondi, il quale bruciò sempre di continuo fino all’ultima foglia senza fare interrompere mai il fuoco, ma quello di Solopaca bruciò fino a mezzogiorno, e non poté proseguire l’incendio pel seguente fatto. C’era una inimicizia antica tra Don Gaetano Marcarelli(1857-1897) di don Errico ed il guardiaboschi Domenico Cusani di Giuseppe, così si andava cercando il momento si dall’uno che dall’altro di venire a vie di fatto. Il signor Marcarelli assisteva al Bosco come membro della Commissione Municipale addetta alla distruzione del Bosco, quindi rappresentava a quel momento il Sindaco. Quando fu dunque all’ora che gli operai dovevano far colazione verso le dieci antemeridiane stavano seduti gli uomini e le donne parimenti proprio da sopra il Casino di Marcarelli da sopra al vallone a parte orientale. Si ordinò dal Cusani a tre operai di andare per acqua dando loro ordine di non dare a bere a chicchessia se non avesse bevuto pria lui. Così fu che andate per acqua dovevano passare qui ste tre donne d’avanti alla compagnia degli uomini per andare dove erano le donne. Quindi nel passare la prima donna coll’acqua, gli uomini le chiesero da bere, e sin giustamente si negò dicendo che l’acqua serviva al Cusani, passò la seconda donna e vi fu lo stesso fatto, passò la terza che fu la figlia di Lazzaro Maiorano a nome Mariantonia, e diede la stessa risposta ad un operaio, allora ci fu che un tal Salamone arrabbiato dalla sete si alzò, e con forza levò alla Maiorano l’acqua e bevette. Questo fatto arrivò all’orecchio del Cusano, si avvanza verso il Salomone e lo minacciò in mille guise dandole del ladro ed altre villanie, il che sarebbe degenerato in fatto grave, se altri operai non fossero accorti. Alle grida di tanta gente accorse il Marcarelli che stava al suo casino congli altri membri della Commissione Don Salvatore Giannetti (1830-1889) e don Gennaro Fasani di don Antonio, ed informatesi dell’accaduto seppe la verità del fatto . Allora ci fu che il Marcarelli fece un’ammonizione al Cusani, e lo chiamò ai suoi doveri di Guardiaboschi e non di sovrastante al lavoro. Il Cusani a questo scattò come una molla, e toltosi il fucile l’impugnò contro il Marcarelli, ed avrebbe sparato al Marcarelli se il signor Fasani non l’avrebbe dato un urto e precipitato in un fosso nel momento che aveva impugnato il fucile. Si sospese per ciò il lavoro, ed il Marcarelli arrivato a Solopaca denunziò questo fatto al Sindaco, che chiamatosi il Cusani lo sospese là, e fattone un esposto fu deferito al potere giudiziario. Quando tutto sarà espletato contro il Cusani, aggiungerò altri particolari inseguito fatte si oppose il fuoco fino al giorno sei al bosco, quando ritornati di bel nuovo gli operai al bosco accesero di nuovo il fuoco, allora lo lasciarono quando mise tutto in distruzione ed in fiamma. Si fece la causa e fu condannato a cinque giorni di arresto, dieci lire di ammenda ed alle spese, ed appellatala solo lire ….. di ammenda.</em></p>
<p style="text-align: justify;">L’entità di questa invasione fu tale che, alla data dell’8 luglio, il sindaco di Castelvenere, Donato Ciabrelli, impegnò la somma di circa duemila lire per la liquidazione delle spese accorse per il taglio del bosco comunale a causa della distruzione delle cavallette.</p>
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		<title>Vino&amp;Territorio</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Feb 2018 11:31:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[CASTELVENERE TRA I COMUNI &#8220;PIU&#8217; VITATI D&#8217;ITALIA&#8221;. Castelvenere (circa 2.600 abitanti) sorge nel cuore della Valle Telesina, una delle aree...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: justify;">CASTELVENERE TRA I COMUNI <em>&#8220;PIU&#8217; VITATI D&#8217;ITALIA&#8221;.</em></h3>
<p style="text-align: justify;">Castelvenere (circa 2.600 abitanti) sorge nel cuore della Valle Telesina, una delle aree più ricche del Sannio antico. Il suo territorio vitato è protetto da due Dop (&#8216;Sannio&#8217; e &#8216;Falanghina del Sannio&#8217;) e da una Igp (&#8216;Benevento&#8217;).<br />
Sulle origini del nome ci sono studiosi che fanno derivare il toponimo Veneri dalla probabile presenza di un tempio dedicato alla Dea Venere. Altri lo legano al dominio longobardo, potendo derivare da Venerus (nome tipico alto-medievale) o da Wien (affluente del Danubio che scorre nell&#8217;area da cui si mossero famiglie sassoni o danubiane, chiamate Wiener Wolk). Altri ancora lo collegano a Santa Venere o Santa Veneranda, del cui culto non si hanno tuttavia testimonianze. Infine c&#8217;è chi associa il nome sempre a Wien, considerato come derivazione dell&#8217;idronimo e poleonimo di veidininia o viduna, ovvero la boscosa o acqua dei boschi, tutti derivati dal celtico vidu (albero, bosco, foresta).<br />
In effetti, il territorio su cui oggi si dipanano circa 900 ettari di vigne specializzate (il 60% della superficie totale, dato che proietta Castelvenere tra i Comuni &#8220;più vitati&#8221; d&#8217;Italia, in termini di percentuale) era quasi tutto coperto da boschi e paludi: alla metà del XIX secolo si descrive questo villaggio di Terra di Lavoro di 600 abitanti come zona di produzione di frumento e vini in cui si respirava aria «poco sana». Nella primavera del 1898, da scavi di altra natura riemersero resti di una palafitta del neolitico: si trattò di una scoperta di grande valenza scientifica, che dimostrava che gli abitanti delle palafitte si fossero sparsi anche nell&#8217; Italia meridionale.<br />
In quest&#8217;area il vino si produce fin dal tempo dei Romani. Tra le fonti scritte, del vino di Castelvenere si trova traccia in un documento del 1426, trascrizione di un atto risalente ad un periodo precedente: tra le regole disciplinanti la vita di Telesia, alla voce &#8220;De bucturariis&#8221; si riportavano le tassazioni vigenti per smerciare vino nella città, tra cui quella per i produttori provenienti da Veneris.<br />
La testimonianza più suggestiva è però rappresentata dalle cantine tufacee ubicate nel perimetro del borgo medievale. Se ne contano oltre trenta: una vera e propria &#8220;città ipogea&#8221; che nella seconda metà dell&#8217;Ottocento costituiva il cuore pulsante della vita e dell&#8217;economia di un paese che da lì a poco, grazie allo svilupparsi della viticoltura, sarebbe esploso demograficamente.<br />
In termini di percentuale di superficie coltivata a vite rispetto a quella totale, Castelvenere è tra le realtà più vitate d&#8217;Italia, sfiorando il primato nazionale. In questa particolare classifica, la percentuale che contraddistingue Castelvenere si piazza anche davanti Marsala, fino a sfiorare le vette rappresentate da alcuni centri del Piemonte (Ricaldone e Castiglione Tinella).<br />
Come in tutti questi luoghi, anche a Castelvenere la vite segna la storia, rappresentando l&#8217;essenza e la ricchezza, non solo delle 539 aziende agricole qui censite nel Censimento dell&#8217;agricoltura del 2010, ma dell&#8217;intera comunità. Ricchezza materiale e immateriale, frutto di processi storici secolari, unici. Specchio di una cultura che si declina con il patrimonio di vitigni, di ambienti colturali, di viticoltori appassionati, di storie, di personaggi.<br />
Risorse e primati che partono da lontano, come ben testimoniano i documenti. Non mancano tracce di produzione di vino in epoca romana nel territorio di Telesia. Interessante e curioso che del vino di Telesia si parlasse anche nella famosa opera letteraria &#8216;Quo vadis?&#8217;, il romanzo storico pubblicato alla fine dell&#8217;Ottocento e che valse il Premio Nobel per la letteratura (anno 1905) allo scrittore polacco Henryk Sienkiewicz. Al di là della letteratura, sono tante le fonti storiche che attestano la lavorazione del vino nelle ville romane. Alfredo Romano, nella sua &#8216;Storia di Solopaca&#8217;, racconta di una lapide di epoca romana rinvenuta nella vicina Puglianello, dove è testimoniato che nel giorno del compleanno di Cesare Augusto si passassero agli operai vino, focaccia e miele.<br />
Dopo i Romani non furono da meno i Longobardi. Il popolo che dominò su queste terre per oltre sei secoli ebbe grande rispetto per il vino, simbolo di nobiltà. Nel famoso &#8216;Editto di Rotari&#8217; o &#8216;Edictum Longobardorum&#8217; (anno 643), la serie di norme che rappresentava la fusione tra le tradizioni orali germaniche e il Diritto romano, vi erano leggi dedicate espressamente alla difesa della viticoltura e del vino. Evidente appare anche l&#8217;impulso apportato successivamente dagli ordini monastici, considerata anche la presenza in loco di testimonianze benedettine, ordine che curava e coltivava la vite per le esigenze del culto e i bisogni dei monasteri, contribuendo anche allo sviluppo di nuove tecniche enologiche.<br />
Infine l&#8217;esplosione avvenuta nell&#8217;Ottocento, che ha rappresentato il periodo di massimo sviluppo vitivinicolo castelvenerese. A partire dall&#8217;Unità d&#8217;Italia la vite, da sempre coltivata in territorio castelvenerese, è diventata la coltura dominante, principale voce dell&#8217;economia del luogo. Si tratta di una vasta estensione viticola anche dal punto di vista della quantità dei vitigni storici, testimonianza dello sviluppo e della diversificazione della viticoltura, caratterizzata dalla frammentazione in un crogiolo di vigneti privati, anche di piccole dimensioni. Si tratta di uno straordinario esempio di interazione tra società e ambiente: nel corso dei secoli le vigne sono state integrate in un paesaggio dove ogni trasformazione è dovuta alla determinazione dell’uomo nell’ottimizzare forma, contenuti e funzioni in relazione alla coltivazione.<br />
A questa protezione concorre anche la pianificazione di un Piano urbanistico comunale che nel 2013 è stato premiato come &#8220;Miglior Piano regolatore&#8221; dall&#8217;associazione nazionale delle &#8216;Città del Vino&#8217;.</p>
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