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	<title>vinicola del sannio  Essenze Sannite2 | vinicoladelsannio</title>
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	<description>Il Sannio e i suoi vini</description>
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		<title>Vino&amp;Mito</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Apr 2018 23:44:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[LAMBICCATO, IL VINO DAL SAPORE ALCHEMICO. «45 ‘o vino bbuono»: nella smorfia napoletana, il libro-guida per interpretare i sogni e...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>LAMBICCATO, IL VINO DAL SAPORE ALCHEMICO.</h3>
<p><em>«45 ‘o vino bbuono»</em>: nella smorfia napoletana, il libro-guida per interpretare i sogni e trasformarli in potenziali vincite al gioco del lotto, troviamo la casella corrispondente alla bevanda degli Dei posizionata esattamente alla metà della tabella dei novanta numeri. Il vino, il prodotto più nobile dell’agricoltura, è considerato bene particolarmente prezioso, simbolo di prosperità e amore di Dio che unisce cielo e terra. L’uva, frutto della terra, si trasforma in un liquido complesso, suggestivo, etereo e quindi «purissimo, incorporeo, celestiale». Un processo di trasformazione che simboleggia la forza del miracolo della vita, il processo alchemico e la tensione umana verso la trascendenza.<br />
Negli anni ’60, quando prese corpo il progetto enologico oggi concretizzatosi nella ‘Vinicola del Sannio’, era particolarmente richiesto un vino chiamato “lambiccato”. Questo vino nel nome richiama fortemente l’alambicco, uno degli strumenti più utilizzati nelle pratiche d’alchimia. Tra le mura della nostra vecchia cantina si produceva una quantità particolarmente rilevante di “lambiccato”, che prendeva la strada dei popolosi centri vesuviani. All’ombra del vulcano per secoli questo prodotto ha rappresentato il dono prezioso che le personalità importanti ricevevano dalle mani dei contadini.<br />
Questo vino delle feste in realtà non era altro che mosto in cui si interrompeva ed arrestava la fermentazione appena cominciata. «<em>Raccolte e pigiate le uve</em> – racconta una ricetta dell’Ottocento – <em>pongonsi a fermentare nei tini, e tra 24 e 36 ore, quando appena è riscaldata la massa ed alzato il cappello della vendemmia, si svina e torcia la vinaccia. Il liquore così ottenuto ponsi a filtrare per sacchi di fitta tela di canapa formati a guida di cappucci di monaco, onde cappucci vengono chiamati, si che il liquido ne venga limpido e spoglio delle fecce</em>».<br />
Erano questi i “lambicchi”, sacchi di tela attraverso cui il liquido veniva filtrato più volte. La parte solida più fine del mosto intasava i fori delle tela, conferendo al cappuccio la funzione di alambicco, dalla cui estremità a punta usciva, goccia a goccia, il prezioso vino. Il prodotto finale era un nettare che non superava quasi mai i 5° d’alcool, con un alto residuo zuccherino.</p>
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		<title>Vino&amp;Storia</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Apr 2018 23:34:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[LE TAVERNE, IL FATO E IL RISCATTO DEI VITICOLTORI. Lungo la Strada Sannitica, voluta da Carlo III di Borbone per...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>LE TAVERNE, IL FATO E IL RISCATTO DEI VITICOLTORI.</h3>
<p>Lungo la Strada Sannitica, voluta da Carlo III di Borbone per collegare in maniera più veloce la capitale del Regno con le terre molisane e Campobasso, non molto distante dal luogo in cui sorge il moderno impianto della &#8216;Vinicola del Sannio&#8217; si incontrava una Taverna che per decenni è stata un punto di riferimento nel mercato del vino di Castelvenere e dell&#8217;intera Valle Telesina. Questa Taverna svolgeva il ruolo di una vera e propria borsa del vino sannita, luogo in cui si contrattava, con una robusta stretta di mano, parte consistente delle uve e del vino prodotti in queste campagne.<br />
Allora i commercianti, provenienti soprattutto dall&#8217;hinterland vesuviano e dall&#8217;area aversana, arrivavano a bordo dei loro carri trainati da cavalli. La sosta in paese poteva durare anche più giorni, motivo per cui la Taverna disponeva anche di locali attrezzati alla meglio per il pernottamento.<br />
Questo avveniva soprattutto durante il periodo della vendemmia, quando anche il fato incideva sulle sorti degli agricoltori, che spesso vedevano vanificarsi i lavori e le preghiere di un anno intero. La sorte dei viticoltori che non disponevano di cantine per poter vinificare le uve era infatti tutta riposta nelle mani dei grandi commercianti. L&#8217;usanza voleva che i contadini raccogliessero le uve e le mettessero in mostra, accatastate ai margini dei campi, sulle aie o lungo i bordi delle polverose strade.<br />
A Castelvenere gran parte del prodotto della vendemmia veniva ammassato nell&#8217;area antistante la Chiesa della Madonna della Seggiola, unico edificio di culto a servizio della comunità. Qui le uve restavano a volte anche per giorni, in attesa che andasse in scena la rituale speculazione dei commercianti. Bastava una leggera pioggia o più semplicemente una brinata notturna a creare le condizioni ideali per far calare in modo consistente il prezzo delle uve, con i contadini costretti, per via dell&#8217;ovvia accelerazione dell&#8217;alterazione delle stesse, a dover accettare i patti imposti dagli acquirenti in agguato. L’attesa della festa, della gioia si trasformava in delusione e rassegnazione.<br />
Per porre fine a questa situazione si avviarono i primi percorsi di cooperative vitivinicole e sorsero poche attrezzate cantine che aprirono le porte ai piccoli viticoltori. Si iniziò così a modellare il volto del moderno Sannio enologico, con il vino diventato protagonista di un processo capace di riscattare un territorio.<br />
In quel preciso momento iniziò la bella avventura oggi chiamata &#8216;Vinicola del Sannio&#8217;, prese a formarsi quella salda alleanza da cui nascono i nostri vini, frutto dei circa 1.200 ettari di vigne di proprietà dei nostri fedeli conferitori.</p>
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		<title>Vino&amp;Leggenda</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Apr 2018 16:28:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[IL SACRO NOCE E IL SABBA DELLE JANARE. Nell&#8217;immaginario collettivo Benevento era il luogo di ritrovo delle streghe provenienti dall’intera...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>IL SACRO NOCE E IL SABBA DELLE JANARE.</h3>
<p>Nell&#8217;immaginario collettivo Benevento era il luogo di ritrovo delle streghe provenienti dall’intera Europa, che si adunavano intorno ad un maestoso noce.<br />
Tuttavia a Benevento non si racconta di streghe, bensì di janare, seguaci di Diana, donne che conoscevano le virtù delle erbe e formule magiche, che utilizzavano per guarire ogni tipo di malattia, ma anche per azioni malefiche.<br />
Nate la notte di Natale, donne normali di giorno, che poi col buio si trasformavano assumendo anche sembianze di bestie. Prendevano il volo per assalire bambini e provocare malefici a uomini e donne, soprattutto quelle considerate rivali. Capaci di volare fino a quel noce, che da albero sacro ben presto si trasformò in pianta generatrice di paure e curiosità.</p>
<p>Durante i caldi pomeriggi d’estate, nella verdeggiante campagna sannita sembrano ancora udirsi le voci di anziane massaie intente a raccontarsi storie di fatture e malefici. Le scorgiamo sedute all’ombra di un ramoso noce, dal rude tronco e dalle foglie mosse dal fievole vento, scuotersi per i brividi provocati dal sussurrare i nomi di donne dotate di poteri magici oltre ogni immaginazione.<br />
Violante da Pontecorvo, la Maga Menandra, la Boiarona, la Strega Gioconna, fino all’innominabile Bellezza Orsini: lei non era sannita, nata intorno al 1480 a Collevecchio, piccolo borgo immerso nella campagna reatina.  Sposata giovanissima, venne abbandonata dal marito alla nascita del loro figlio, a cui il fato volle venisse dato il nome di Bartolomeo, quello del santo protettore di Benevento, la città del sabba.<br />
&#8220;Unguento unguento, mandame alla noce di Benevento supra acqua et supra vento et supre ad omne maltempo&#8230;&#8221;. È la formula magica che Bellezza Orsini confessò soltanto dietro tremende torture a quel giudice che la tacciava di stregoneria, accusa per cui perse la vita tra le fiamme. La formula che le janare pronunciavano dopo essersi cosparse di quell’unguento, miscuglio di erbe e umori, che permetteva loro di diventare incorporee e di farsi trasportare dal vento fino al demoniaco noce.<br />
Era quello il noce rifiorito dalle radici dell’albero abbattuto da San Barbato, il vescovo nato nell’anno 603 a Castelvenere, il paese dove sorge la ‘Vinicola del Sannio’. Un noce gigante, intorno al quale i guerrieri Longobardi, cavalcando i loro cavalli, tributavano l’omaggio ad Odino infilzando in corsa brandelli di una pelle di animale.<br />
Nonostante tutto, agli occhi dei sanniti quest’albero non ha mai perso il fascino del “divino”. Con le loro alte chiome, gli alberi di noce svettano a proteggere i filari da cui i nostri viticoltori producono le uve aglianico, sangiovese, sciascinoso e piedirosso e ancora falanghina, coda di volpe, greco, fiano e malvasia. Un albero medicamentoso: le foglie usate per guarire piaghe e ulcere; l&#8217;olio e il mallo utilizzati come depurativi intestinali. Infine il magico nocillo, preparato ancora oggi con i malli raccolti rigorosamente nella notte di San Giovanni (24 giugno): proprio quella notte in cui la rugiada conferiva indicibili proprietà alle erbe utilizzate dalle janare.</p>
<p><strong>LA RICETTA DEL NOCINO DI PELLEGRINO ARTUSI</strong><br />
Lo scrittore e gastronomo Pellegrino Artusi (1820 – 1911) è autore dell’opera ‘La scienza in cucina e l&#8217;arte di mangiar bene’, un manuale di cucina tradotto in numerose lingue. Non solo un capolavoro letterario, monumentale pubblicazione intorno a cui si è costruita l’unione gastronomica della Penisola, dando una specifica identità alla cucina nazionale italiana, fino ad allora fortemente influenzata dal gusto dei vari regnanti. All’anno della morte dell’autore, il libro – che l’Artusi aveva stampato per la prima volta a proprie spese nel 1891 &#8211; contava quindici ristampe, avendo venduto nel corso di venti anni qualcosa come 1.200.000 copie.<br />
Sono 790 le ricette raccolte nella stesura definitiva dell’opera. Quella del nocino è contrassegnata dal numero 750.<br />
<em>“Il nocino è un liquore da farsi verso la metà di giugno, quando le noci non sono ancora giunte a maturazione. È grato di sapore ed esercita un&#8217;azione stomatica e tonica. Noci (col mallo), n. 30. Spirito, litri uno e mezzo. Zucchero in polvere, grammi 750. Cannella regina tritata, grammi 2. Chiodi di garofano interi, 10 di numero. Acqua, decilitri 4. La corteccia di un limone di giardino a pezzetti. Tagliate le noci in quattro spicchi e mettetele in infusione con tutti i suddetti ingredienti in una damigiana od un fiasco della capacità di quattro o cinque litri. Chiudetelo bene e tenetelo per quaranta giorni in luogo caldo scuotendo a quando a quando il vaso. Colatelo da un pannolino e poi, per averlo ben chiaro, passatelo per cotone o per carta, ma qualche giorno prima assaggiatelo, perché se vi paresse troppo spiritoso potete aggiungervi un bicchier d&#8217;acqua”</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Vino&amp;Culto</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Apr 2018 16:04:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[IL «MAJO» E LE SPERANZE DI UNA BUONA VENDEMMIA. Nel Sannio ci sono colline che non ti aspetti. Colline pettinate...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>IL «MAJO» E LE SPERANZE DI UNA BUONA VENDEMMIA.</h3>
<p>Nel Sannio ci sono colline che non ti aspetti. Colline pettinate dalle vigne, che cambiano il loro volto al cambiare delle stagioni. Una visione fiabesca, con i dolci pendii sormontati dalle vette del Matese e del Taburno, spesso innevate fino a primavera inoltrata.<br />
Negli angoli più misteriosi di queste vette dell’Appennino meridionale spuntano grotte e chiese dedicate a San Michele, l’arcangelo a cui i Longobardi attribuirono le virtù guerriere un tempo adorate nel loro dio Odino. Rappresentato iconograficamente con il braccio alzato e la spada di fuoco, San Michele ricorda anche il mito di Ercole, la divinità che brandiva la clava a difesa dei pastori. Non a caso viene venerato l’8 maggio e il 29 settembre, date che corrispondevano al mettersi in moto delle greggi lungo i tratturi che percorrevano queste verdeggianti alture. A tarda primavera la salita verso i monti, fino alle vette abruzzesi; all’inizio dell’autunno la discesa verso la piana, fino al mare della Puglia o al Tirreno.<br />
Principe degli angeli per avere sconfitto il demonio, la sua immagine è accostata a quella del fuoco. Quel fuoco che gli viene ancora tributato nel Sannio nella sera del 7 maggio, alla vigilia della ricorrenza che rievoca l’apparizione al monte Gargano, in Puglia.<br />
È il «majo», rito legato al culto degli alberi. Il fuoco simbolo di festa, di devozione e di speranze. Nei centri che venerano il santo, in questa notte dal sapore magico, in ogni contrada ci si ritrova nello spazio – rimasto sempre lo stesso nel corso dei secoli – dove dar vita al rito. Nel corso del pomeriggio si provvede ad accatastare la legna, che inizia ad ardere appena calato il sole. L’arrivo del buio dona la visione di tante fiammelle che vanno ad incorniciare il cielo primaverile cosparso di stelle.<br />
Il «majo» rappresenta il simbolo più forte del culto micaelico, che nel corso dei secoli si è radicato sui resti di culti pagani che con il loro simbolismo ancora pregnano la ruralità sannita. Ed ecco che intorno a questi falò ancora si levano i racconti dei fedeli, che vanno ad irradiarsi tra le vigne che già promettono ricchezza. Intorno ai fuochi gli agricoltori pregano e cantano chiedendo un buon raccolto. Un rito beneaugurante per invocare una vendemmia propizia.</p>
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