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	<title>vinicola del sannio  Essenze Sannite3 | vinicoladelsannio</title>
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	<description>Il Sannio e i suoi vini</description>
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		<title>VINO &amp; CULTURA</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jul 2018 15:36:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[SCIASCINOSO, IL VINO “SANGUINOSO” TANTO AMATO DAI POMPEIANI. Grappolo mezzano, alato, spargolo; acino oliveforme, mezzano, di color rosso-cupo quasi azzurro;...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>SCIASCINOSO, IL VINO “SANGUINOSO” TANTO AMATO DAI POMPEIANI.</h3>
<p style="text-align: justify;">Grappolo mezzano, alato, spargolo; acino oliveforme, mezzano, di color rosso-cupo quasi azzurro; buccia coriacea; polpa carnosa, dal sapore zuccherino. Così la penna dell’ampelografo Giuseppe Frojo tratteggiava, all’indomani dell’Unità d’Italia, l’identikit dell’uva “fosco peloso”. Quest’uva era particolarmente coltivata nelle campagne che, fino al 1861, avevano fatto da spartiacque tra le terre borboniche del Regno delle Due Sicilie e quelle che circondavano la città di Benevento, enclave dello Stato pontificio.<br />
Circa un secolo dopo, un altro grande studioso, Sante Bordignon, individuava l’uva “fosco peloso” con l’attuale sciascinoso, vitigno che rappresenta uno dei fiori all’occhiello dell’ampio patrimonio varietale coltivato nelle vigne degli storici conferitori della <strong>Vinicola del Sannio</strong>. Dal vitigno sciascinoso, che ha rischiato di scomparire, produciamo l’etichetta ‘<strong>Maliziuto</strong>’.<br />
Si tratta di un vino di grande fascino, per l’immediatezza della sua beva. Ma il suo fascino è legato anche ai tanti aspetti misteriosi che ne segnano la storia e la diffusione nei confini regionali. Una grande confusione è legata proprio alla forma di oliva che caratterizza l’acino di quest’uva, motivo per cui è stata spesso confusa con altre varietà, a partire dall’uva olivella.<br />
Columella e il grande Plinio il Vecchio apprezzavano particolarmente questa varietà, che indicavano con il nome di Olivegina. Lo sciascinoso era tra i vini preferiti sul mercato dell’antica Pompei, allora secondo per importanza solo a quello di Roma. Quello prodotto nel Sannio vi arrivava nelle anfore, anch’esse di produzione sannita, e convinceva tutti soprattutto per il suo bel colore “sanguinoso”, qualità da cui poi sarebbe derivato il nome.</p>
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		<title>VINO &amp; STORIA</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jul 2018 15:30:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[LA FILLOSSERA E LE PICCOLE MANI DI LUIGI. Nei primi decenni del &#8216;900 uno spettro si aggirava tra le vigne...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>LA FILLOSSERA E LE PICCOLE MANI DI LUIGI.</h3>
<p style="text-align: justify;">Nei primi decenni del &#8216;900 uno spettro si aggirava tra le vigne della Campania. Lo spettro della fillossera, il flagello più devastante che la vite abbia mai subìto. Questo afide proveniente dall&#8217;America iniziò ad infierire sui vigneti francesi nell&#8217;estate del 1868.<br />
Nel giro di pochi anni l&#8217;acaro assunse il volto di spietato killer delle vigne europee. Pungeva l&#8217;apparato radicale, provocando in poco tempo la morte delle piante.<br />
A Castelvenere, il paese dove opera la &#8216;Vincola del Sannio&#8217;, la presenza della fillossera venne accertata nell&#8217;estate del 1928. Con un decreto del 26 luglio, il Ministero dell&#8217;economia nazionale adottò sull&#8217;intero territorio castelvenerese il divieto di vendita di viti, talee e magliuoli. Una curiosa coincidenza volle che quell&#8217;atto giunse nel giorno in cui si celebra la ricorrenza religiosa di Sant&#8217;Anna, la mamma della Madonna. Per uno strano destino quell&#8217;estrema decisione, che avrebbe avuto conseguenze negative per l&#8217;economia del paese profondamente legato alla vite, giunse mentre gli agricoltori venneresi rendevano omaggio alla loro protettrice, sfilando ordinatamente dietro la statua della santa. L&#8217;atmosfera che si respirava non era però festosa. La processione attraversava uno scenario insolito, con la campagna che mostrava i terribili segni inferti da quel malanno maledetto. Persino il volto di Sant&#8217;Anna appariva più rugoso. Quasi incapace di irradiare luce protettiva sul suo popolo che, in quel momento di profondo sconforto, si affidava completamente nelle sue mani.<br />
Tra le preghiere che si levarono verso la santa anche quelle di Grazia Scetta, da poco diventata moglie di Raffaele Pengue, il fondatore della nostra azienda.<br />
La donna pregò Sant&#8217;Anna affinché il bimbo che portava in grembo, primo frutto del loro matrimonio, potesse vivere lontano da quelle ansie. Luigi nacque nel pieno di quella vendemmia amara. Fu per questo che gli venne imposto di studiare. Giovanissimo lasciò il paese. Dopo la laurea e la specializzazione in ortopedia giunsero i primi incarichi al Nord e l&#8217;approdo al Centro Traumatologico Ortopedico di Firenze, per una lunga e brillante carriera.<br />
Di quel breve contatto con le vigne della sua terra natìa, Luigi conserva ricordi indelebili. Rievoca i momenti in cui le sue piccole mani divennero strumenti indispensabili per il risorgere delle nostre vigne. E ricorda il papà Raffaele, tutto assorto nel praticare l&#8217;innesto a doppio spacco inglese, quello meno semplice ma più efficace per trapiantare le uve locali sulle barbatelle americane, mettendo così al sicuro l&#8217;enorme patrimonio varietale castelvenerese. Lui lo seguiva, per proteggere la piantina appena innestata, avvolgendola con delicatezza con un mix di terra e foglie. Ancora oggi siamo profondamente legati a quelle piccole mani di Luigi, al loro grande atto di amore verso questa terra, verso le nostre vigne. A quelle vigne intorno a cui, nel 1951, prese slancio l&#8217;avventura oggi diventata &#8216;Vinicola del Sannio&#8217;.</p>
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		<title>VINO &amp; TRADIZIONE</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jul 2018 15:24:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[IL MOSTO COTTO E IL DESIDERIO DELLA NEVE. Si era nel pieno della vendemmia, ma quell’odore inconfondibile del mosto che...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>IL MOSTO COTTO E IL DESIDERIO DELLA NEVE.</h3>
<p style="text-align: justify;">Si era nel pieno della vendemmia, ma quell’odore inconfondibile del mosto che bolliva nella grande pentola di rame suscitava nei bambini il desiderio della neve. La placida gioia di vederla cadere lenta sopra ogni cosa, la pazza voglia di immergersi in quel bianco candore, di giocare e di realizzare il pupazzo più grande, i pomeriggi da trascorrere al caldo del camino, ascoltando le belle storie dei nonni e assaporando tutto il gusto «d’ ‘a sbbre’tta». Un gelato fatto in casa, utilizzando semplicemente la neve e «r’ vin cuott», quel denso liquido che veniva preziosamente custodito tra i ripiani di legno tarlato della grande credenza che dominava la sala da pranzo.<br />
Il mosto cotto non mancava mai nella povera dispensa delle famiglie dei viticoltori castelveneresi. Serviva soprattutto a sostituire lo zucchero, in particolar modo quando questo prodotto diventava quasi introvabile. Le massaie lo utilizzavano in cucina anche per addolcire le carni o correggere l’acidità di alcuni cibi, a partire dalle passate di pomodoro. Nei campi dava refrigerio durante le calde e afose giornate estive, quando veniva servito diluito con acqua e con l’aggiunta di qualche goccia di succo di limone.<br />
Ma per i bambini, d’inverno, l’ora più attesa scoccava quando il bottiglione di colore verde smeraldo finiva in tavola per dare vita al rituale della preparazione di quel sorbetto artigianale. Allora, quasi per magia, la mente ritornava a quella giornata di inizio autunno, con la mamma e la nonna intente a preparare il mostro cotto. Tutto procedeva secondo una ricetta che si tramandava da madre in figlia. Il mosto crudo si poneva nell’immenso recipiente, che veniva posizionato sul fuoco. Mamma e nonna, con la grande cucchiaia di legno e con la schiumarola, si alternavano nella continua operazione di rigirare il liquido in bollitura, togliendo le impurità salite a galla. E prestavano grande attenzione alla vigoria delle fiamme, che non dovevano mai portare il liquido ad una temperatura tale da provocare una bollitura eccessiva, con il rischio di cristallizzazione. L’operazione doveva procedere lentamente. E a lungo. Si doveva evitare che il mosto si attaccasse sul fondo, pregiudicando così la qualità del prodotto finale, che avrebbe assunto uno spiacevole sapore di fumo.<br />
Il tempo necessario per ottenere la concentrazione desiderata dipendeva da vari fattori, non ultimo dal grado zuccherino delle uve. Più concentrato il mosto, più breve il tempo di bollitura. Ecco perché a Castelvenere, per la produzione del “vino cotto”, si preferivano spesso le uve agostino, oggi indicate con il nome di agostinella. Questa varietà a bacca bianca, a maturazione particolarmente precoce, era considerata quella più buona per il consumo a tavola. Ma era anche la migliore per la produzione del mosto cotto, sia per l’alto grado zuccherino che riusciva a raggiungere, sia per la morbidezza del suo gusto, dal basso tenore di acidità.<br />
Questo frutto delizioso nei decenni scorsi ha rischiato di scomparire, facendo spazio alle varietà più produttive e a quelle autorizzate dai regolamenti e dai disciplinari. Per fortuna, l’attaccamento dei viticoltori castelveneresi alle varietà storiche ci offre ancora oggi l’opportunità di deliziarci con sapori antichi e autentici, come quello del “vino cotto” ottenuto dal mosto delle uve agostino.</p>
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		<title>VINO &amp; TERRITORIO</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jul 2018 15:16:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[«LA MÉRICA» E IL BOOM DELLA VITICOLTURA CASTELVENERESE. Davanti al mare, gli sguardi dei viticoltori castelveneresi si perdono nella luminosa...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>«LA MÉRICA» E IL BOOM DELLA VITICOLTURA CASTELVENERESE.</h3>
<p style="text-align: justify;">Davanti al mare, gli sguardi dei viticoltori castelveneresi si perdono nella luminosa bellezza delle sue tinte. Quasi affogano, inghiottiti dal rumore delle onde sugli scogli. Assorti nella sua immensità, consapevoli che il mare costituisce un elemento fondamentale nella storia vitivinicola del proprio paese.<br />
Come non immaginarsi gli sguardi persi nel vuoto di chi, nella seconda metà dell’Ottocento, prendeva eroicamente la via del mare, spinto da un sogno di libertà. Politica, religiosa, ma soprattutto economico-sociale.<br />
Quel sogno portava dritto verso «la Mérica», indirizzato principalmente in Pennsylvania. Ma quel sogno presto sarebbe stato pervaso dal desiderio del ritorno. I primi contadini castelveneresi partirono con l’obiettivo di trovare “casa” in America. Ma questa convinzione si dissolse appena giunti Oltreoceano. Sbarcati al porto di New York, costretti al periodo di quarantena da trascorrere nell’isolotto artificiale di Ellis Island, l’ombra di quell’immensa statua, che nell’immaginario collettivo avrebbe dovuto inneggiare alla libertà, divenne subito soffocante.<br />
Il sogno americano andò presto in frantumi. Quel viaggio in America li costrinse a smettere di fare i contadini e di coltivare la terra, rischiando di distruggere quel sapere che avevano accumulato nel loro seppur breve percorso esistenziale.<br />
A loro, come a gran parte degli emigranti del Sud Italia, toccarono esclusivamente i duri lavori di costruire le ferrovie, di minatori, di trasportatori e, nel migliore dei casi, di arare i campi.<br />
I contadini castelveneresi avevano così lasciato il loro piccolo-amaro borgo, ma risoluti a farci ritorno, non appena nelle loro tasche si sarebbe avvertito il tintinnio del denaro. Cosa che puntualmente si concretizzò agli albori del nuovo secolo. Allora, il denaro accumulato in quegli anni rimasti lontano dal proprio paese venne speso per l’acquisto di un terreno e per la costruzione di una casa nel verde della campagna castelvenerese, dove proprio in quel periodo si andava irradiando il modello della viticoltura moderna. Con quel denaro si disegnò, tramite l’impianto dei vigneti, il volto delle dolci colline che circondano il paese.<br />
Gli emigranti ritornarono a fare i contadini. Diventarono viticoltori. Forti di aver conquistato quella libertà, quella dignità che era mancata ai propri genitori. I loro figli potevano finalmente nascere in un podere di proprietà. Ma i benefici dell’emigrazione si irradiarono anche su chi era rimasto in paese. Crebbero i salari, migliorarono i contratti agrari. Si elevò il livello culturale, condizione necessaria a fare di Castelvenere un punto di riferimento nel panorama del vino campano e nazionale.</p>
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