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	<title>vinicola del sannio | vinicoladelsannio</title>
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	<description>Il Sannio e i suoi vini</description>
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		<title>Coda di volpe, uva misteriosa.</title>
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		<pubDate>Wed, 25 May 2022 18:49:23 +0000</pubDate>
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			<h3 style="text-align: justify;">CAUDA VULPIUM</h3>
<p style="text-align: justify;">Nella famosissima favola di Esopo, la volpe e l&#8217;uva sono protagoniste di una storia il cui insegnamento morale è quello di non denigrare ciò che non si riesce ad avere. Tra le vigne del Sannio, la volpe e l&#8217;uva si fanno un tutt&#8217;uno, plasmandosi in grappoli da cui nasce il vino bianco storicamente più rappresentativo dell&#8217;intera Campania. Coda di volpe, uva il cui nome deriva dal latino “Cauda Vulpium”, proprio ad indicare la forma caratteristica del grappolo, che presenta una curvatura nella sua parte apicale che ricorda, appunto, la coda di una volpe.<br />
L’origine del nome del vitigno, che richiama la forma del grappolo, ha permesso di seguire il cammino compiuto dallo stesso nel corso dei secoli, mantenendo la certezza della sua identità. Le sue origini sono probabilmente greche e la sua presenza nella penisola italica è accertata già in epoca romana. Difatti è citata nel I secolo d.C. da Plinio il Vecchio nel suo monumentale &#8216;Naturalis Historia&#8217;, dove scrive «Minus tamen, caudas vulpium imitata, alopecia», laddove parla dei vitigni adatti ad essere allevati con il sistema della pergola. Giovan Battista della Porta, per primo (1584), non ha difficoltà a sostenere la sinonimia tra il coda di volpe e la pliniana &#8220;vitis alopecis&#8221;. Successivamente, anche gli ampelografi del XIX secolo (Giuseppe Frojo) e dell’inizio del XX (Giovanni Emilio Rasetti e Michele Carlucci) ne danno descrizioni che combaciano perfettamente con l’uva conosciuta dai Romani.<br />
Tuttavia, la storia di questo vitigno autoctono è stata piuttosto travagliata. Per tantissimo tempo accostato al Pallagrello, lo troviamo descritto con questo termine nei più grandi trattati di ampelografia moderna. Frojo, nell&#8217;opera &#8216;Il presente e l&#8217;avvenire dei vini d&#8217;Italia&#8217; (1876), parla della &#8220;pallagrella bianca&#8221; come l&#8217;uva che caratterizzava fortemente i vini prodotti a Pannarano e Cerreto Sannita, considerati i migliori bianchi allora prodotti nella provincia di Benevento. Sempre Frojo, descrivendo le uve coltivate nella vicina Piedimonte d&#8217;Alife, associava a questa uva il sinonimo di &#8220;coda di volpe bianca&#8221;, tracciando un identikit dell&#8217;uva perfettamente corrispondente alle uve coltivate oggi nelle campagne dei viticoltori che sono storici conferitori de &#8216;La Vinicola del Sannio': «Grappolo cilindrico, molto allungato, semiserrato; acino piccolo, pochissimo ovale; stipite lungo, erbaceo – Foglia: mezzana, 5 lobi, il mediano molto spiccato, due seni piccoli, tondi, chiusi, denti grossi, acuti, glabra nelle due pagine, seno della base semichiuso, picciuolo rossastro, 2/3 n.m. &#8211; Tralcio: rigato, rossastro, sottile, internodi corti – Buccia: pruinosa, biondo dorata, semicoriacea – Polpa: carnosa, succulenta – Sapore: dolce».<br />
La tradizionale presenza di questo vitigno, che negli anni Settanta era tra quelli maggiormente coltivati nel Sannio, è finita sotto la scure della crescente diffusione del vitigno falanghina e, in misura minore, di quelli fiano e greco. Eppure, la fortuna di questi vitigni è legata molto al lavoro dell&#8217;uva coda di volpe, sconosciuta fuori dalla regione e storicamente utilizzata come uva da taglio, per smorzare l’elevato tasso di acidità di falanghina, fiano e greco, accentuata ulteriormente dalla natura dei terreni, quasi ovunque fortemente condizionati dall&#8217;intensa attività vulcanica.<br />
La sopravvivenza del vitigno coda di volpe nel Sannio è legata alla storia di un appassionato produttore della vicinissima Massa di Faicchio, Mario Gismondi, che con impegno e caparbietà riscoprì le ottime peculiarità di questa antica varietà da cui si ricava un vino di corpo medio, dorato, tenue nei profumi, ricco di alcol e non troppo ricco di acidità.<br />
La coda di volpe è un&#8217;uva misteriosa, le cui potenzialità sono ancora tutte da scoprire e che ha ancora molte cose da raccontare. È un&#8217;uva operaia, il cui destino ricorda quello toccato alla genovese, il piatto che maggiormente identifica Napoli e la Campania. Un piatto poco conosciuto fuori regione, dove la cucina partenopea è identificata con il ragù. Invece, questa salsa di cipolle e carne, inventata forse da un monzù di Ginevra (Genève, da cui potrebbe derivare il nome) o, per caso, da portuali genovesi di stanza al Beverello, è il vero piatto della domenica nelle famiglie, presentato a tavola con gli ziti spezzati. Proprio come questa ricetta, anche la coda di volpe è oggi un&#8217;uva diffusa in tutte le cinque province, molto amata dagli appassionati, ma ancora misteriosa fuori dai confini della Campania.<br />
La coda di volpe è un&#8217;uva resiliente che è riuscita a sopravvivere alle minacce e a dimostrare la sua estrema forza, da cui &#8216;La Vinicola del Sannio&#8217; ottiene un bianco dal fascino antico e dal volto moderno. Antico perché capace di trasmettere con immediatezza tutta la sapienza dei viticoltori sanniti. Moderno per la sua tipicità e per la sua straordinaria abbinabilità ai piatti della cucina campana.</p>

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		<title>VINO &amp; TERRITORIO</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 16:31:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;ANTICO FASCINO DEI VINI FALANGHINA Nella stagione autunnale l’ampia vallata solcata dal fiume Calore assume il volto di un grande...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>L&#8217;ANTICO FASCINO DEI VINI FALANGHINA</h3>
<p>Nella stagione autunnale l’ampia vallata solcata dal fiume Calore assume il volto di un grande mare dalle calde tonalità. Dappertutto è un’esplosione di colori, uno scenario variopinto con le vigne che si tingono di giallo, arancione, rosso o marrone.<br />
Le chiazze più vistose sono quelle dipinte dal vitigno falanghina, la varietà maggiormente coltivata nel Sannio, in particolar modo nella Valle Telesina.<br />
Il successo goduto oggi dai vini Falanghina è tale da risultare difficile immaginare di trovarsi di fronte ad un vitigno che ha rischiato di scomparire.<br />
Dalle uve di questo vitigno, attentamente allevate dagli storici conferitori della ‘Vinicola del Sannio’, produciamo vini dal fascino antico ma allo stesso tempo moderni, capaci di raccontare con immediatezza il carattere e il nerbo del territorio sannita. Grazie alla grande perizia dei nostri viticoltori e all&#8217;attenzione di chi lavora in cantina, un pubblico sempre più vasto è arrivato a conoscere le potenzialità di un vitigno che dona vini freschi, immediati, profumati. Vini che, sorso dopo sorso, conquistano soprattutto i giovani, ambasciatori di un consumo sempre più consapevole ed equilibrato. Il vitigno falanghina è quello che più di tutti riesce ad esprimere nel calice il territorio sannita, estrema sintesi del concetto di terroir, inteso non solo come appartenenza al territorio di produzione, ma come un articolato mondo fatto di simboli, emozioni, legami sociali e culturali che non trovano piena espressione in un termine solo. Questo vitigno è stato scelto come &#8220;ambasciatore&#8221; della &#8216;Città Europea del Vino 2019&#8242;, prestigioso riconoscimento che fregerà i ricchi e variopinti vigneti racchiusi tra gli antichi centri di Castelvenere, Guardia Sanframondi, Sant&#8217;Agata dei Goti, Solopaca e Torrecuso.</p>
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		<title>VINO &amp; CULTURA</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 16:24:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ONYX, IL VINO DEDICATO AL CUCCIOLO DI DINOSAURO &#8216;CIRO&#8217; Pietraroja è un piccolo centro sannita, collocato ad oltre 800 metri...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>ONYX, IL VINO DEDICATO AL CUCCIOLO DI DINOSAURO &#8216;CIRO&#8217;</h3>
<p>Pietraroja è un piccolo centro sannita, collocato ad oltre 800 metri di altitudine. Avamposto beneventano nel Parco nazionale del Matese, è apprezzato per la sua aria salubre, ideale per la stagionatura dei prosciutti. Questo grazioso paese è noto in tutto il mondo per essere la patria di &#8220;Ciro&#8221;, cucciolo di dinosauro a cui la scienza ha dato il nome di &#8216;Scipionyx samniticus&#8217;. Autore di questa sensazionale scoperta fu Giovanni Todesco, tecnico calzaturiero veronese con la passione per la paleontologia. Era il novembre del 1980: Todesco, da poco trasferitosi in Campania per lavoro, finì quasi per caso in questo «paesetto arroccato su di un monte che sembrava – così ama ricordare Pietraroja – una cartolina di Natale». Quel giorno, in compagnia di moglie e figli, riuscì a salvare dalle furie delle ruspe, in azione alle porte del paese, alcune lastre in pietra su cui erano impressi dei fossili. Pochi giorni dopo la Campania tremò. A seguito del terremoto Todesco fece ritorno nella sua San Giovanni Ilarione, portandosi dietro quelle lastre, che restarono conservate per diversi anni in  alcune scatole. Quasi dimenticate. Le tirò fuori  tredici anni dopo, per farle  osservare da un luminare della materia, il professore Giorgio Terruzzi. Osservando una delle lastre il docente milanese «sgranò gli occhi e rimase fermo a guardarla». E, dopo averla ispezionata per bene, «sbiancò in viso, le mani gli tremavano e incominciò a gridare &#8220;Ė lui, è lui!&#8221;». Dopo quella sera trascorsero cinque anni di silenzio, durante i quali il dinosauro fu esaminato da vari gruppi di ricercatori. Nel 1998 &#8220;Ciro&#8221; venne riconosciuto dalla comunità scientifica come uno dei fossili più importanti nella storia della paleontologia, conquistando la copertina di &#8216;Nature&#8217;, rivista tra le più antiche e prestigiose. Gli studi sono poi continuati, dimostrando che questo teropode, lungo poco più di venti centimetri, è un cucciolo del tutto speciale: fra i più completi che esistano, appartiene a una famiglia sconosciuta ed è il primo al mondo ad avere conservato gli organi interni.<br />
Per rievocare questa sensazionale scoperta, avvenuta in un piccolo paese che dista solo qualche manciata di chilometri dal luogo dove opera &#8216;La Vinicola del Sannio&#8217;, nel 2015 abbiamo lanciato  l&#8217;etichetta &#8216;Onix&#8217;. Iniziativa concretizzatasi grazie alla disponibilità della Soprintendenza dei beni archeologici, che autorizzò la riproduzione sull&#8217;etichetta del dinosauro vissuto 113 milioni di anni fa. Il vino fu presentato al &#8216;Vinitaly&#8217;. Giovanni Todesco venne a farci visita allo stand; gli donammo la prima bottiglia di quel vino che definimmo &#8220;tal quale&#8221; perché ottenuto attraverso una vinificazione tradizionale, frutto della secolare esperienza contadina. Nel consegnare quella bottiglia, abbiamo voluto ringraziarlo  per quella scoperta casuale che ha acceso l’attenzione del mondo intero sulla nostra amata terra sannita, che oggi è tornata a custodire questo prezioso tesoro, collocato nell’ex Convento San Felice di Benevento.</p>
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		<title>VINO &amp; STORIA</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Dec 2018 19:42:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[LE ATMOSFERE CARDUCCIANE DELLA ‘CITTÁ EUROPEA DEL VINO 2019’ «Perché ti fa diletto gustar di Castelvenere il vinetto!». Era lo...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>LE ATMOSFERE CARDUCCIANE DELLA ‘CITTÁ EUROPEA DEL VINO 2019’</h3>
<p><em>«Perché ti fa diletto gustar di Castelvenere il vinetto!»</em>.<br />
Era lo slogan di una cartolina di inizio ‘900, ritraente Via Chiesa (oggi via Roma), cuore di un paese che da poco aveva superato le mille anime. In questa cartolina –  che faceva parte di una serie dedicata alle bellezze che circondavano le terme di Telese, meta della Bella Époque napoletana – colpiscono alcune botti posizionate nei pressi del pozzo di acqua pubblica che sorgeva lungo la strada. I vinificatori del paese erano particolarmente attenti alla pulizia delle botti. Sapevano bene che se il vino vecchio era stato conservato sano, bastava solo risciacquarle «ripetutamente e in ultimo con un po’ di vino buono». Se il vino era invece finito di spunto bisognava fare in modo che la botte venisse «trattata con liscivia e poi con acido solforico al 2% e poi risciacquata energicamente». In caso di vino ammuffito, la botte notevolmente avariata andava scartata, altrimenti «trattata con soda caustica in soluzione al 10%».<br />
Era questa l&#8217;operazione più faticosa, considerato che bisognava trasportare le botti presso il prezioso pozzo. Occorreva tirarle fuori dalle grotte di tufo per poi percorre la stradina tutta in salita.<br />
Il reticolato delle cantine del centro storico è una vera e propria opera d’arte legata al “saper fare” contadino, un &#8220;ecomuseo&#8221; che è stato utilizzato per la vinificazione fino a pochi decenni fa.<br />
In questo scenario si muovevano con grande fatica i protagonisti che hanno fatto di Castelvenere il paese del Meridione con la più alta densità di vigne. Fatica ricompensata dal fatidico momento in cui il vino nuovo poteva essere riposto nelle riposanti oscurità delle cantine. I nettari, estratti dai grossi tini di castagno dove era appena terminata la fermentazione, venivano messi da parte. Entravano in azione i torchi, per estrarre ogni parte liquida dalle vinacce, ottenendo il cosiddetto torchiato, che a volte veniva unito al primo vino. Gli accorti vinificatori del paese preferivano, invece, lavorarlo a parte, consapevoli che l’aggiunta del torchiato comprometteva la qualità dei vini, trasmettendo «il suo speciale gusto poco gradevole».<br />
Passeggiando lungo questa stradina sembrano ancora udirsi i vocii provenienti dal fondo delle cantine. Ci si immerge in quell&#8217;atmosfera carducciana che segnava la quotidianità di questo piccolo borgo all’alba del Novecento. Respirando pienamente «l&#8217;aspro odor dei tini» che allietava l&#8217;animo dei nostri antenati, a cui dobbiamo dire grazie se oggi Castelvenere ha ottenuto il riconoscimento di ‘Città Europea del Vino 2019’.</p>
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		<title>Vino&amp;Tradizione</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Dec 2018 18:53:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’ESTATE DI SAN MARTINO E LE PREGHIERE PER LA NUOVA STAGIONE «L&#8217;estate di San Martino dura tre giorni e un...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>L’ESTATE DI SAN MARTINO E LE PREGHIERE PER LA NUOVA STAGIONE</h3>
<p><em>«L&#8217;estate di San Martino dura tre giorni e un pochino»</em>.<br />
Nel pieno dell’autunno, mentre la terra sannita regala i suoi ultimi frutti, si irradia nell’aria una temperatura più mite.<br />
San Martino, che il calendario religioso festeggia l’11 novembre, è una figura particolarmente cara al mondo contadino profondamente legata al vino, tanto che un antico detto popolare recita che in concomitanza di questa ricorrenza ogni mosto diventa vino.<br />
La tradizione vuole che il giorno di San Martino sia quasi ogni anno una bella giornata di sole, tanto da rievocare un ritorno della bella stagione. Motivo per cui si parla di «estate di San Martino». Tutto nasce dalla leggenda, che vuole che in tale data il giovane Martino incontrasse tra le campagne della Gallia un mendicante rattrappito dal freddo. Gli offriva metà del suo mantello ed ecco, dopo pochi attimi, splendere un bel sole che allontanò la morsa del freddo.<br />
Sono questi i giorni in cui il mondo agricolo leva al cielo una preghiera di ringraziamento, riflettendo sulla stagione appena conclusa e augurandosi abbondanza e prosperità per quella che sta per avviarsi. Nei tempi addietro era il tempo in cui avveniva la suddivisione dei raccolti tra il padrone e il mezzadro, mantenendo fede a tutto quanto sancisse il loro contratto.<br />
Per il contadino che non si vedesse rinnovare il contratto significava perdere il lavoro e anche la casa.<br />
Con la propria famiglia era costretto a spostarsi da un podere all’altro, con la speranza di tempi migliori, portando con sé tutto quel che aveva.<br />
Niente mobili, solo un letto per dormire, gli attrezzi del lavoro e gli utensili della cucina. Infine la vera ricchezza, costituita da alcuni sacchi di frumento, da quelli di patate e di mais, dalla frutta e dalle castagne appena raccolte.<br />
Solo il tempo di raggiungere la nuova abitazione, il nuovo lavoro, ed ecco che la delusione si trasformava in un giorno di festa, brindando con il vino vecchio che andava consumato – tutto – in modo da poter pulire le botti dove andava riposto il frutto della vendemmia da poco terminata.<br />
Rievocando questa immagine, assaporando caldarroste accompagnate da un sorso di vino novello, il primo frutto dell’ultima stagione, l’intero team della ‘Vinicola del Sannio’ alza al cielo la preghiera di una stagione clemente, di una campagna abbondante, che doni ai viticoltori, i veri protagonisti del mondo agricolo, il giusto frutto.</p>
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		<title>VINO &amp; CULTURA</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jul 2018 15:36:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[SCIASCINOSO, IL VINO “SANGUINOSO” TANTO AMATO DAI POMPEIANI. Grappolo mezzano, alato, spargolo; acino oliveforme, mezzano, di color rosso-cupo quasi azzurro;...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>SCIASCINOSO, IL VINO “SANGUINOSO” TANTO AMATO DAI POMPEIANI.</h3>
<p style="text-align: justify;">Grappolo mezzano, alato, spargolo; acino oliveforme, mezzano, di color rosso-cupo quasi azzurro; buccia coriacea; polpa carnosa, dal sapore zuccherino. Così la penna dell’ampelografo Giuseppe Frojo tratteggiava, all’indomani dell’Unità d’Italia, l’identikit dell’uva “fosco peloso”. Quest’uva era particolarmente coltivata nelle campagne che, fino al 1861, avevano fatto da spartiacque tra le terre borboniche del Regno delle Due Sicilie e quelle che circondavano la città di Benevento, enclave dello Stato pontificio.<br />
Circa un secolo dopo, un altro grande studioso, Sante Bordignon, individuava l’uva “fosco peloso” con l’attuale sciascinoso, vitigno che rappresenta uno dei fiori all’occhiello dell’ampio patrimonio varietale coltivato nelle vigne degli storici conferitori della <strong>Vinicola del Sannio</strong>. Dal vitigno sciascinoso, che ha rischiato di scomparire, produciamo l’etichetta ‘<strong>Maliziuto</strong>’.<br />
Si tratta di un vino di grande fascino, per l’immediatezza della sua beva. Ma il suo fascino è legato anche ai tanti aspetti misteriosi che ne segnano la storia e la diffusione nei confini regionali. Una grande confusione è legata proprio alla forma di oliva che caratterizza l’acino di quest’uva, motivo per cui è stata spesso confusa con altre varietà, a partire dall’uva olivella.<br />
Columella e il grande Plinio il Vecchio apprezzavano particolarmente questa varietà, che indicavano con il nome di Olivegina. Lo sciascinoso era tra i vini preferiti sul mercato dell’antica Pompei, allora secondo per importanza solo a quello di Roma. Quello prodotto nel Sannio vi arrivava nelle anfore, anch’esse di produzione sannita, e convinceva tutti soprattutto per il suo bel colore “sanguinoso”, qualità da cui poi sarebbe derivato il nome.</p>
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		<title>VINO &amp; STORIA</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jul 2018 15:30:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[LA FILLOSSERA E LE PICCOLE MANI DI LUIGI. Nei primi decenni del &#8216;900 uno spettro si aggirava tra le vigne...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>LA FILLOSSERA E LE PICCOLE MANI DI LUIGI.</h3>
<p style="text-align: justify;">Nei primi decenni del &#8216;900 uno spettro si aggirava tra le vigne della Campania. Lo spettro della fillossera, il flagello più devastante che la vite abbia mai subìto. Questo afide proveniente dall&#8217;America iniziò ad infierire sui vigneti francesi nell&#8217;estate del 1868.<br />
Nel giro di pochi anni l&#8217;acaro assunse il volto di spietato killer delle vigne europee. Pungeva l&#8217;apparato radicale, provocando in poco tempo la morte delle piante.<br />
A Castelvenere, il paese dove opera la &#8216;Vincola del Sannio&#8217;, la presenza della fillossera venne accertata nell&#8217;estate del 1928. Con un decreto del 26 luglio, il Ministero dell&#8217;economia nazionale adottò sull&#8217;intero territorio castelvenerese il divieto di vendita di viti, talee e magliuoli. Una curiosa coincidenza volle che quell&#8217;atto giunse nel giorno in cui si celebra la ricorrenza religiosa di Sant&#8217;Anna, la mamma della Madonna. Per uno strano destino quell&#8217;estrema decisione, che avrebbe avuto conseguenze negative per l&#8217;economia del paese profondamente legato alla vite, giunse mentre gli agricoltori venneresi rendevano omaggio alla loro protettrice, sfilando ordinatamente dietro la statua della santa. L&#8217;atmosfera che si respirava non era però festosa. La processione attraversava uno scenario insolito, con la campagna che mostrava i terribili segni inferti da quel malanno maledetto. Persino il volto di Sant&#8217;Anna appariva più rugoso. Quasi incapace di irradiare luce protettiva sul suo popolo che, in quel momento di profondo sconforto, si affidava completamente nelle sue mani.<br />
Tra le preghiere che si levarono verso la santa anche quelle di Grazia Scetta, da poco diventata moglie di Raffaele Pengue, il fondatore della nostra azienda.<br />
La donna pregò Sant&#8217;Anna affinché il bimbo che portava in grembo, primo frutto del loro matrimonio, potesse vivere lontano da quelle ansie. Luigi nacque nel pieno di quella vendemmia amara. Fu per questo che gli venne imposto di studiare. Giovanissimo lasciò il paese. Dopo la laurea e la specializzazione in ortopedia giunsero i primi incarichi al Nord e l&#8217;approdo al Centro Traumatologico Ortopedico di Firenze, per una lunga e brillante carriera.<br />
Di quel breve contatto con le vigne della sua terra natìa, Luigi conserva ricordi indelebili. Rievoca i momenti in cui le sue piccole mani divennero strumenti indispensabili per il risorgere delle nostre vigne. E ricorda il papà Raffaele, tutto assorto nel praticare l&#8217;innesto a doppio spacco inglese, quello meno semplice ma più efficace per trapiantare le uve locali sulle barbatelle americane, mettendo così al sicuro l&#8217;enorme patrimonio varietale castelvenerese. Lui lo seguiva, per proteggere la piantina appena innestata, avvolgendola con delicatezza con un mix di terra e foglie. Ancora oggi siamo profondamente legati a quelle piccole mani di Luigi, al loro grande atto di amore verso questa terra, verso le nostre vigne. A quelle vigne intorno a cui, nel 1951, prese slancio l&#8217;avventura oggi diventata &#8216;Vinicola del Sannio&#8217;.</p>
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		<title>VINO &amp; TRADIZIONE</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jul 2018 15:24:23 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<h3>IL MOSTO COTTO E IL DESIDERIO DELLA NEVE.</h3>
<p style="text-align: justify;">Si era nel pieno della vendemmia, ma quell’odore inconfondibile del mosto che bolliva nella grande pentola di rame suscitava nei bambini il desiderio della neve. La placida gioia di vederla cadere lenta sopra ogni cosa, la pazza voglia di immergersi in quel bianco candore, di giocare e di realizzare il pupazzo più grande, i pomeriggi da trascorrere al caldo del camino, ascoltando le belle storie dei nonni e assaporando tutto il gusto «d’ ‘a sbbre’tta». Un gelato fatto in casa, utilizzando semplicemente la neve e «r’ vin cuott», quel denso liquido che veniva preziosamente custodito tra i ripiani di legno tarlato della grande credenza che dominava la sala da pranzo.<br />
Il mosto cotto non mancava mai nella povera dispensa delle famiglie dei viticoltori castelveneresi. Serviva soprattutto a sostituire lo zucchero, in particolar modo quando questo prodotto diventava quasi introvabile. Le massaie lo utilizzavano in cucina anche per addolcire le carni o correggere l’acidità di alcuni cibi, a partire dalle passate di pomodoro. Nei campi dava refrigerio durante le calde e afose giornate estive, quando veniva servito diluito con acqua e con l’aggiunta di qualche goccia di succo di limone.<br />
Ma per i bambini, d’inverno, l’ora più attesa scoccava quando il bottiglione di colore verde smeraldo finiva in tavola per dare vita al rituale della preparazione di quel sorbetto artigianale. Allora, quasi per magia, la mente ritornava a quella giornata di inizio autunno, con la mamma e la nonna intente a preparare il mostro cotto. Tutto procedeva secondo una ricetta che si tramandava da madre in figlia. Il mosto crudo si poneva nell’immenso recipiente, che veniva posizionato sul fuoco. Mamma e nonna, con la grande cucchiaia di legno e con la schiumarola, si alternavano nella continua operazione di rigirare il liquido in bollitura, togliendo le impurità salite a galla. E prestavano grande attenzione alla vigoria delle fiamme, che non dovevano mai portare il liquido ad una temperatura tale da provocare una bollitura eccessiva, con il rischio di cristallizzazione. L’operazione doveva procedere lentamente. E a lungo. Si doveva evitare che il mosto si attaccasse sul fondo, pregiudicando così la qualità del prodotto finale, che avrebbe assunto uno spiacevole sapore di fumo.<br />
Il tempo necessario per ottenere la concentrazione desiderata dipendeva da vari fattori, non ultimo dal grado zuccherino delle uve. Più concentrato il mosto, più breve il tempo di bollitura. Ecco perché a Castelvenere, per la produzione del “vino cotto”, si preferivano spesso le uve agostino, oggi indicate con il nome di agostinella. Questa varietà a bacca bianca, a maturazione particolarmente precoce, era considerata quella più buona per il consumo a tavola. Ma era anche la migliore per la produzione del mosto cotto, sia per l’alto grado zuccherino che riusciva a raggiungere, sia per la morbidezza del suo gusto, dal basso tenore di acidità.<br />
Questo frutto delizioso nei decenni scorsi ha rischiato di scomparire, facendo spazio alle varietà più produttive e a quelle autorizzate dai regolamenti e dai disciplinari. Per fortuna, l’attaccamento dei viticoltori castelveneresi alle varietà storiche ci offre ancora oggi l’opportunità di deliziarci con sapori antichi e autentici, come quello del “vino cotto” ottenuto dal mosto delle uve agostino.</p>
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		<title>VINO &amp; TERRITORIO</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jul 2018 15:16:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[«LA MÉRICA» E IL BOOM DELLA VITICOLTURA CASTELVENERESE. Davanti al mare, gli sguardi dei viticoltori castelveneresi si perdono nella luminosa...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>«LA MÉRICA» E IL BOOM DELLA VITICOLTURA CASTELVENERESE.</h3>
<p style="text-align: justify;">Davanti al mare, gli sguardi dei viticoltori castelveneresi si perdono nella luminosa bellezza delle sue tinte. Quasi affogano, inghiottiti dal rumore delle onde sugli scogli. Assorti nella sua immensità, consapevoli che il mare costituisce un elemento fondamentale nella storia vitivinicola del proprio paese.<br />
Come non immaginarsi gli sguardi persi nel vuoto di chi, nella seconda metà dell’Ottocento, prendeva eroicamente la via del mare, spinto da un sogno di libertà. Politica, religiosa, ma soprattutto economico-sociale.<br />
Quel sogno portava dritto verso «la Mérica», indirizzato principalmente in Pennsylvania. Ma quel sogno presto sarebbe stato pervaso dal desiderio del ritorno. I primi contadini castelveneresi partirono con l’obiettivo di trovare “casa” in America. Ma questa convinzione si dissolse appena giunti Oltreoceano. Sbarcati al porto di New York, costretti al periodo di quarantena da trascorrere nell’isolotto artificiale di Ellis Island, l’ombra di quell’immensa statua, che nell’immaginario collettivo avrebbe dovuto inneggiare alla libertà, divenne subito soffocante.<br />
Il sogno americano andò presto in frantumi. Quel viaggio in America li costrinse a smettere di fare i contadini e di coltivare la terra, rischiando di distruggere quel sapere che avevano accumulato nel loro seppur breve percorso esistenziale.<br />
A loro, come a gran parte degli emigranti del Sud Italia, toccarono esclusivamente i duri lavori di costruire le ferrovie, di minatori, di trasportatori e, nel migliore dei casi, di arare i campi.<br />
I contadini castelveneresi avevano così lasciato il loro piccolo-amaro borgo, ma risoluti a farci ritorno, non appena nelle loro tasche si sarebbe avvertito il tintinnio del denaro. Cosa che puntualmente si concretizzò agli albori del nuovo secolo. Allora, il denaro accumulato in quegli anni rimasti lontano dal proprio paese venne speso per l’acquisto di un terreno e per la costruzione di una casa nel verde della campagna castelvenerese, dove proprio in quel periodo si andava irradiando il modello della viticoltura moderna. Con quel denaro si disegnò, tramite l’impianto dei vigneti, il volto delle dolci colline che circondano il paese.<br />
Gli emigranti ritornarono a fare i contadini. Diventarono viticoltori. Forti di aver conquistato quella libertà, quella dignità che era mancata ai propri genitori. I loro figli potevano finalmente nascere in un podere di proprietà. Ma i benefici dell’emigrazione si irradiarono anche su chi era rimasto in paese. Crebbero i salari, migliorarono i contratti agrari. Si elevò il livello culturale, condizione necessaria a fare di Castelvenere un punto di riferimento nel panorama del vino campano e nazionale.</p>
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		<title>Industria Felix 2018</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jun 2018 17:00:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Premio Industria Felix per la miglior impresa del settore Vitivinicolo della regione Campania. Il 18 maggio scorso nell&#8217;Aula 200 dell’Università...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>Premio Industria Felix per la miglior impresa del settore Vitivinicolo della regione Campania.</h3>
<p>Il 18 maggio scorso nell&#8217;Aula 200 dell’<a href="http://www.luiss.it/" target="_blank" rel="noopener">Università Luiss</a> Guido Carli di Roma, piena in ogni ordine di posto <strong>con più di 300 accreditati e 79 imprese premiate</strong> (37 del Lazio e 42 della Campania), si è svolta la prima edizione del Premio Industria Felix – Il Lazio e la Campania che competono, organizzata dall’omonima Associazione culturale in collaborazione con Cerved , con i patrocini della Luiss, dell’Unione degli industriali e delle imprese di Roma, Frosinone, Latina, Rieti, Viterbo e di Confindustria Campania, con la partnership della Regione Puglia e di Puglia Sviluppo. L’evento è stato articolato su un’inchiesta svolta da Industria Felix e Cerved su più di 15mila bilanci dell’anno 2016 (gli ultimi disponibili nel complesso) con fatturati superiori ai 2 milioni di euro: quelli di 9.580 società di capitali con sede legale nel Lazio e ricavi fino a 68,4 miliardi di euro e di 6.752 società con sede legale in Campania e ricavi fino a 2,1 miliardi di euro.</p>
<p><a href="http://www.vinicoladelsannio.it/wp-content/uploads/2018/06/PremioIndustriaFelix2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-19164" src="http://www.vinicoladelsannio.it/wp-content/uploads/2018/06/PremioIndustriaFelix2.jpg" alt="PremioIndustriaFelix2" width="897" height="1292" /></a></p>
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