VINO & STORIA

VINO & STORIA

LE ATMOSFERE CARDUCCIANE DELLA ‘CITTÁ EUROPEA DEL VINO 2019’

«Perché ti fa diletto gustar di Castelvenere il vinetto!».
Era lo slogan di una cartolina di inizio ‘900, ritraente Via Chiesa (oggi via Roma), cuore di un paese che da poco aveva superato le mille anime. In questa cartolina –  che faceva parte di una serie dedicata alle bellezze che circondavano le terme di Telese, meta della Bella Époque napoletana – colpiscono alcune botti posizionate nei pressi del pozzo di acqua pubblica che sorgeva lungo la strada. I vinificatori del paese erano particolarmente attenti alla pulizia delle botti. Sapevano bene che se il vino vecchio era stato conservato sano, bastava solo risciacquarle «ripetutamente e in ultimo con un po’ di vino buono». Se il vino era invece finito di spunto bisognava fare in modo che la botte venisse «trattata con liscivia e poi con acido solforico al 2% e poi risciacquata energicamente». In caso di vino ammuffito, la botte notevolmente avariata andava scartata, altrimenti «trattata con soda caustica in soluzione al 10%».
Era questa l’operazione più faticosa, considerato che bisognava trasportare le botti presso il prezioso pozzo. Occorreva tirarle fuori dalle grotte di tufo per poi percorre la stradina tutta in salita.
Il reticolato delle cantine del centro storico è una vera e propria opera d’arte legata al “saper fare” contadino, un “ecomuseo” che è stato utilizzato per la vinificazione fino a pochi decenni fa.
In questo scenario si muovevano con grande fatica i protagonisti che hanno fatto di Castelvenere il paese del Meridione con la più alta densità di vigne. Fatica ricompensata dal fatidico momento in cui il vino nuovo poteva essere riposto nelle riposanti oscurità delle cantine. I nettari, estratti dai grossi tini di castagno dove era appena terminata la fermentazione, venivano messi da parte. Entravano in azione i torchi, per estrarre ogni parte liquida dalle vinacce, ottenendo il cosiddetto torchiato, che a volte veniva unito al primo vino. Gli accorti vinificatori del paese preferivano, invece, lavorarlo a parte, consapevoli che l’aggiunta del torchiato comprometteva la qualità dei vini, trasmettendo «il suo speciale gusto poco gradevole».
Passeggiando lungo questa stradina sembrano ancora udirsi i vocii provenienti dal fondo delle cantine. Ci si immerge in quell’atmosfera carducciana che segnava la quotidianità di questo piccolo borgo all’alba del Novecento. Respirando pienamente «l’aspro odor dei tini» che allietava l’animo dei nostri antenati, a cui dobbiamo dire grazie se oggi Castelvenere ha ottenuto il riconoscimento di ‘Città Europea del Vino 2019’.


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